GIORGI SISAURI. IL TOCCO DEL PARADISO ATTRAVERSO L’UNICITA’ DELL’ALFABETO GEORGIANO

22 – 25 settembre 2026 Dal 22 al 25 settembre 2026 la Casa Museo Boncompagni Ludovisi ospiterà la mostra “IL TOCCO DEL PARADISO ATTRAVERSO L’UNICITA’ DELL’ALFABETO GEORGIANO” dell’artista e calligrafo georgiano Giorgi Sisauri. La mostra, organizzata dall’Ambasciata della Georgia presso la Repubblica Italiana nell’ambito della Rome Future Week®, sarà aperta al pubblico dal 22 al 25 settembre. Oggetto dell’esposizione è la collezione di 38 opere create da Giorgi Sisauri, che presenta l’alfabeto georgiano attraverso le lettere mkhedruli. Nel linguaggio artistico dell’autore, l’alfabeto georgiano non è più soltanto un sistema di scrittura: si trasforma in immagine, simbolo e universo artistico autonomo. L’alfabeto di Sisauri si fonda sulla memoria culturale plurisecolare della scrittura georgiana, ma il suo obiettivo non è ripetere le forme storiche. L’artista considera ogni lettera come una forma viva, cercandovi movimento, ritmo, spazio, simmetria, la figura umana e simboli spirituali. In questo processo, la lettera oltrepassa gradualmente i confini del proprio significato diretto e si trasforma in un segno visivo. La natura grafica della scrittura georgiana si fonde qui con le tradizioni del manoscritto georgiano medievale, dell’iconografia cristiana e della miniatura, ma il risultato finale dà vita a un linguaggio artistico del tutto contemporaneo e individuale. In questo modo, “IL TOCCO DEL PARADISO ATTRAVERSO L’UNICITA’ DELL’ALFABETO GEORGIANO” può essere percepita come la poesia visibile dell’alfabeto: un tentativo di riportare il segno, prima che diventi parola, al suo stato primordiale, quasi misterioso, quando la lettera era al tempo stesso suono, significato, immagine e simbolo. Per Sisauri, l’alfabeto georgiano non è soltanto un segno storico del patrimonio culturale. È un materiale vivo, attraverso il quale è possibile collegare passato e presente, spirituale e materiale, testo e immagine. Giorgi Sisauri è un artista poliedrico: pittore, calligrafo, miniaturista, poeta e scrittore. Ha iniziato a dipingere all’età di sette anni e nel 2009, all’età di 13 anni, si è tenuta a Tbilisi la sua prima mostra personale. Dal 2014 al 2018 ha studiato presso l’Accademia Statale d’Arte di Tbilisi e, dal 2022, è cofondatore dell’Associazione dei Calligrafi della Georgia. Le sue opere sono state presentate presso la Biblioteca di Alessandria, in spazi culturali del Cairo, alla Fiera del Libro di Francoforte e in diversi spazi espositivi internazionali. Mostre personali si sono tenute a Sofia, Milano, Roma e San José. In collaborazione con Rome Future Week. Comunicato Stampa
Mistral FDB. Dall’ombra alla luce

14 – 24 settembre 2026 Dal 14 al 24 settembre 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte e afferente all’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, guidata da Luca Mercuri, presenta Dall’ombra alla luce, intervento site-specific dell’artista Mistral FDB, a cura di Massimo Magurano, e con il coordinamento della segreteria organizzativa della mostra di Veronica Brancati. L’intervento segna il primo momento pubblico istituzionale di un percorso artistico avviato nel 2022, articolato nei tre cicli Mitologia, Letteratura e Contemporaneità. Figure e vicende appartenenti a tempi differenti vengono ricondotte a interrogativi ancora profondamente attuali: il rapporto tra individuo e società, il silenzio di fronte alla violenza e all’ingiustizia, la responsabilità personale e collettiva, la memoria e la coscienza. È all’interno di questa ricerca che prende forma Crime Visions, progetto artistico itinerante destinato a svilupparsi attraverso differenti contesti museali e istituzionali. Al centro della ricerca di Mistral FDB è la figura femminile, attraversata non come soggetto iconografico, ma come luogo simbolico nel quale passato e presente continuano a riflettersi. Il mito e la letteratura perdono così la loro distanza storica e diventano strumenti attraverso cui osservare il contemporaneo, facendo emergere meccanismi, ferite e responsabilità che mutano forma senza necessariamente scomparire. Alla Casa Museo Hendrik Christian Andersen questa ricerca entra in relazione con la visione di Hendrik Christian Andersen e con l’identità degli ambienti che ne custodiscono l’opera. Al corpo ideale, universale e spirituale immaginato dall’artista si affianca quello contemporaneo di Mistral FDB: vulnerabile, frammentato, attraversato dalla memoria e progressivamente ricomposto. Il dialogo non nasce quindi da una sovrapposizione formale, ma dal confronto tra due differenti modi di interrogare l’essere umano e la sua possibilità di trasformazione. Artista calabrese, Mistral FDB affonda le radici della propria ricerca nella cultura della Magna Grecia e nel rapporto con il mare Ionio, trasformandone memoria, movimento e stratificazioni in un linguaggio contemporaneo. Il moto incessante del mare ritorna nella costruzione pittorica e nel gesto, mentre il mito diventa materia viva attraverso cui leggere il presente. Elemento ricorrente del suo lavoro è anche la scrittura, che attraversa le opere come traccia, frammento e codice. Parole, lettere e segni non hanno sempre il compito di essere immediatamente decifrati: abitano piuttosto quella zona sospesa tra ciò che viene detto e ciò che rimane nascosto, tra comunicazione e incomunicabilità. Ne deriva una sorta di memoria emotiva, costruita attraverso pittura, materia, stratificazione e segno. Per Dall’ombra alla luce questa ricerca supera la superficie dell’opera e si estende nello spazio, trasformando gli ambienti della Casa Museo in parte integrante del lavoro. La presentazione, concepita in chiave site-specific e site-responsive, costruisce un percorso attraverso pittura, scultura, scrittura, luce e suono, chiamando lo spettatore non soltanto a osservare, ma ad attraversare fisicamente l’opera. Due ambienti immersivi conducono all’interno di una dimensione oscurata. In uno, Babel Turris entra in relazione con lettere, segni e scritture che oltrepassano la tela e si propagano nello spazio, costruendo una dimensione sospesa tra linguaggio e incomunicabilità. Nell’altro, l’installazione scultorea sviluppa il tema dell’emersione, attraverso elementi progressivi che conducono fino alla definizione del mezzo busto. La luce diviene materia stessa dell’intervento: rivela ciò che nell’illuminazione ordinaria rimane invisibile, modifica la percezione delle superfici e rende leggibile una comunicazione criptica sospesa tra visibile e invisibile, detto e non detto. Il passaggio dall’ombra alla luce diventa così un’esperienza fisica e percettiva prima ancora che metaforica: un attraversamento nel quale immersione ed emersione non definiscono una direzione obbligata, ma diventano possibilità soggettive. Come in un tunnel, entrare o uscire, procedere verso l’ombra o verso la luce dipende dal punto dal quale si sceglie di attraversarlo. Il percorso lascia così allo spettatore la possibilità di costruire la propria esperienza tra visibile e invisibile, silenzio e coscienza. Dagli ambienti oscurati il percorso si apre alla sezione pittorica e successivamente al terrazzo, ampliando ulteriormente la relazione tra opera, spazio e percezione. Con questa prima presentazione istituzionale prende avvio un percorso itinerante che proseguirà attraverso successive sedi museali e istituzionali, assumendo di volta in volta configurazioni e declinazioni differenti in relazione ai luoghi che lo accoglieranno. Comunicato Stampa
Artiste contemporanee a Casa Andersen. Il corpo come dimora

29 settembre 2026 | 22 novembre 2026 Dal 29 settembre al 22 novembre 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri, ospita la mostra “Artiste Contemporanee a Casa Andersen – Il corpo come dimora”. La mostra, a cura di Nicoletta Castellaneta, Luisa Catucci e Giuseppe Simone Modeo, è stata ideata e organizzata dall’Associazione Ars Nova per la Casa Museo Hendrik Christian Andersen. Villa Hélène, costruita dallo stesso Hendrik Christian Andersen a partire dal 1922, non fu concepita soltanto come dimora e studio, ma come parte di una visione più ampia, legata al progetto di una “città mondiale” nella quale arte, scienza e pensiero potessero concorrere alla costruzione di una società armonica. Anche la sua produzione scultorea riflette questa tensione verso una figura umana ideale, monumentale e universale. È proprio in relazione a questa concezione del corpo che si inserisce il lavoro delle 42 artiste protagoniste della mostra. Al corpo idealizzato e armonico di Andersen si affiancano corpi attraversati dall’esperienza, dalla memoria, dall’identità, dalla vulnerabilità, dal desiderio e dalla trasformazione. Il progetto si inserisce in un più ampio programma di ricerca dedicato alla produzione artistica delle donne nel secondo Novecento e nella contemporaneità che, attraverso un ciclo di mostre e incontri, mette in dialogo generazioni, linguaggi e pratiche differenti e approfondisce le forme della loro presenza nella storia dell’arte recente. Attraversando il piano terra, le sale del primo piano e lo spazio espositivo del secondo, la mostra costruisce una sorta di città temporanea e plurale, nella quale opere, corpi e sguardi entrano in relazione con l’architettura della casa e con la presenza monumentale delle sculture di Andersen. La ricerca di Andersen è profondamente radicata nella centralità del corpo. Le sue sculture, fortemente influenzate dalla tradizione classica e dalla monumentalità michelangiolesca, restituiscono un’immagine ideale e armonica della figura umana. Il corpo diventa misura, equilibrio, tensione verso un ordine superiore e si fa portatore di una visione dell’arte intesa come strumento di elevazione individuale e collettiva. È a partire da questa concezione, insieme estetica e simbolica, che il progetto espositivo mette in relazione il corpo monumentale e ideale di Andersen con pratiche artistiche contemporanee che hanno progressivamente trasformato il corpo in luogo di esperienza, identità, memoria, relazione e confronto. Nel panorama artistico del secondo Novecento e della contemporaneità, il corpo non è più soltanto oggetto di rappresentazione, ma diventa materia, linguaggio ed esperienza. In particolare, molte artiste hanno fatto del corpo uno spazio attraverso cui interrogare la propria presenza nel mondo, le forme dell’identità, la memoria individuale e collettiva, la vulnerabilità e la trasformazione. Le opere selezionate restituiscono la pluralità di queste ricerche attraverso linguaggi e pratiche differenti: pittura, scultura, fotografia, performance, installazione e sperimentazione concettuale. Il corpo emerge così non come immagine unitaria e definitiva, ma come spazio mobile, attraversato da esperienze e significati molteplici. Il progetto espone opere e pratiche di: Renee Adams, Lidia Bachis, Vanessa Beecroft, Barbara Boekelman, Louise Bourgeois, Rosemarie Castoro, Valeria Catania, Giulia Cenci, Valentina De’Mathà, Paola Di Bello, Annalaura di Luggo, Marlene Dumas, Tracey Emin, EVA & ADELE, Esther Ferrer, Leonor Fini, Sylvie Fleury, Maike Freess, Valentine Hugo, Silvia Iorio, Martha Jungwirth, Natalia LL, Catherine Long, Sarah Lucas, Loren MacIver, Eva Marisaldi, Elisabeth Masé, Monica Mazzone, Veronica Montanino, Meret Oppenheim, ORLAN, Gina Pane, Elizabeth Peyton, Loreal Prystaj, Carol Rama, Pipilotti Rist, Miriam Schapiro, Nora Schultz, Kiki Smith, Annegret Soltau, Iv Toshain, Claudia Virginia Vitari. In tutto, 42 artiste e 60 opere esposte all’interno della Casa Museo Hendrik Christian Andersen danno vita a confronti e dialoghi di particolare intensità con la collezione permanente e con gli spazi di Villa Hélène. Se Andersen immaginava una città ideale fondata sull’armonia e sull’ordine, la mostra restituisce una pluralità di sguardi, esperienze e linguaggi, facendo del corpo il punto da cui interrogare il presente e ripensare il rapporto tra individuo, spazio e mondo. Comunicato Stampa Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit. Ut elit tellus, luctus nec ullamcorper mattis, pulvinar dapibus leo.
Gea Casolaro. Momenti e paesaggi

Gea Casolaro. Momenti e paesaggi Gea Casolaro. Moments and Landscapes a cura di Maria Giuseppina Di Monte e Michela Sena Dal 6 al 9 settembre 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri, presenta 5 fotografie di Gea Casolaro acquisite attraverso il bando “Strategia Fotografia 2025”, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del MiC, nell’ambito del Dipartimento per le attività culturali. Per celebrare l’acquisizione, le fotografie saranno esposte al primo piano accanto agli ambienti della Casa Museo. Entrate stabilmente a far parte della collezione dell’istituto, potranno essere successivamente valorizzate attraverso diversi progetti espositivi e culturali. Strategia Fotografia 2025 ha consentito alla Casa Museo, attraverso la vincita del bando omonimo, di procedere concretamente nella realizzazione del progetto, al cui centro sta la riflessione sull’atmosfera, intesa come “momento” peculiare e ideal-tipico, per usare l’espressione coniata da Max Weber. Felice ed efficace la convergenza fra titolo delle opere e progetto, una scelta quella di riprendere il titolo delle foto nella sintesi del progetto che evoca e suggerisce l’incontro spazio-temporale fra luogo e vissuto individuale/collettivo, in cui si fa esperienza comune del medesimo oggetto (paesaggio) nello stesso lasso temporale che è quello dello scatto che lo riproduce. La Casa Museo è da intendersi in questa accezione e soprattutto da vivere in questa dimensione, di “momento” e di “memento”, ovvero di ricordo che si attualizza, riflesso di qualcosa che è stato e che improvvisamente emerge dal passato verso il presente storico. Il paesaggio delle fotografie di Gea Casolaro è il passato delle architetture, talvolta delle rovine, e al contempo è il presente di una storia che si rinnova negli occhi e nella percezione dei passanti, dei turisti e dei cittadini, usi a frequentare i luoghi immortalati negli scatti, viandanti spesso sono ignari o disattenti ma che, nonostante ciò, partecipano di sensazioni ed emozioni che nascano dal comune substrato ovvero dalla presenza o co-presenza nello stesso luogo e nello stesso momento e che in virtù di ciò condividono l’esperienza del genio di quel luogo, per richiamare l’antico motto che meglio di ogni altra descrizione spiega il mistero e la singolarità del paesaggio vissuto. L’inaugurazione sarà l’occasione per presentare il catalogo bilingue italiano/inglese edito da Manfredi Maretti con un testo del Direttore Maria Giuseppina Di Monte e un’intervista di Michela Sena a Gea Casolaro. Comunicato stampa
Ercolano. L’arte di vivere

La mostra è prorogata fino al 1 novembre 2026. Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico, oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C., un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano. Dal 22 luglio 2026 Castel Sant’Angelo apre le sue sale monumentali a Ercolano. L’arte di vivere, la mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio. L’esposizione è a cura di Massimo Osanna, Capo Dipartimento Attività Culturali del Ministero della Cultura, Federica Colaiacomo, Direttrice del Parco archeologico di Ercolano, Luca Mercuri, Direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, e di Francesco Sirano, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il progetto nasce dalla felice collaborazione tra Castel Sant’Angelo e il Parco archeologico di Ercolano. L’esperienza della mostra Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola nell’antichità, presentata nelle sale affrescate di Villa Campolieto a Ercolano, costituisce il punto di partenza di un nuovo progetto espositivo, completamente ripensato per gli spazi monumentali della Mole Adriana. Il percorso, articolato in sette sezioni, amplia significativamente il racconto, estendendolo dall’alimentazione alla vita quotidiana dell’antica Ercolano, ed è arricchito da una selezione di oltre 70 reperti, molti dei quali finora custoditi nei depositi del Parco archeologico e presentati eccezionalmente al pubblico in occasione di questa mostra. Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una «camera delle meraviglie» ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Vi sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre, ma suscitare stupore. Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, tra contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour. Accanto alla tradizione resa celebre da Pierre-Jacques Volaire, la tempera di Giacomo e Antonio Baseggio (1784), la Burrasca al chiaro di luna nel Golfo di Napoli (1822) di Joseph Rebell e una rara porcellana della manifattura Poulard Prad restituiscono il fascino del sublime che attirò a Napoli viaggiatori, artisti e studiosi da tutta Europa. Dal mito alla strada: la mostra ricostruisce poi, con installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano. Tra i reperti più sorprendenti, le pagnotte carbonizzate dall’eruzione ma conservate intatte, identiche a quelle raffigurate nel celebre affresco pompeiano della distribuzione del pane, e le teglie del forno di Sextus Patulcius Felix, parte di una serie di 25 stampi rinvenuti a Ercolano. Il percorso entra quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi. Il racconto prosegue con il vino, tra le attività economiche più floride della Campania antica – Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo – e al tempo stesso ponte verso il divino nel culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale. Gran finale nella sala dei banchetti, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione antica – ientaculum, prandium e cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e l’oggetto forse più peculiare della mostra: la larva convivialis, la piccola figurina scheletrica che, posata sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme di Epicuro, a godere dei piaceri del convivio. La scelta di Castel Sant’Angelo come sede espositiva riveste un significato particolare. Il monumento, emblema della stratificazione storica di Roma – da mausoleo imperiale a fortezza, da residenza papale a museo – offre l’occasione per un dialogo tra due luoghi profondamente diversi ma accomunati dalla capacità di conservare, ciascuno secondo la propria storia, straordinarie testimonianze del passato. Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso questo patrimonio eccezionale grazie al dialogo tra reperti archeologici, installazioni multimediali e ambientazioni immersive. La colata piroclastica che investì Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza e restituendo una documentazione unica sulle pratiche alimentari, le attività lavorative, la cura del corpo, le relazioni sociali nel mondo romano antico. «Con questa iniziativa – commenta Luca Mercuri, Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma e curatore della mostra – Castel Sant’Angelo conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro tra patrimoni, istituzioni e pubblici diversi. Questa mostra nasce da una collaborazione che testimonia quanto il dialogo tra musei possa generare progetti culturali di qualità, capaci di ampliare le occasioni di conoscenza e di valorizzare il patrimonio attraverso nuovi percorsi di visita. Per Castel Sant’Angelo è motivo di particolare soddisfazione dare vita a un progetto espositivo che mette in relazione due realtà di straordinario valore e propone ai visitatori un’esperienza culturale ricca e originale. Si inserisce inoltre in una programmazione culturale sempre più ampia e diversificata che, attraverso mostre, eventi e iniziative, conferma il Castello come un luogo vivo, aperto al dialogo tra epoche, linguaggi e pubblici differenti.» «Ercolano, come Pompei, offre una testimonianza straordinaria della vita di una città romana – commenta Massimo Osanna, Capo del Dipartimento per le Attività Culturali e curatore della mostra –. Le particolari condizioni di conservazione determinate dall’eruzione del 79 d.C. hanno preservato edifici, arredi e oggetti d’uso quotidiano, permettendo di ricostruire le attività, le abitudini alimentari e le forme della convivialità dei suoi abitanti. La mostra presenta questo patrimonio attraverso i risultati della
Ray Pitrè. Mediterranean Souls – Anime mediterranee

Dal 25 luglio al 22 settembre 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, Commissario della mostra, e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri, ospita nello spazio espositivo del secondo piano, la mostra Ray Pitrè. Mediterranean souls – Anime mediterranee, a cura di Sandro Debono e con la collaborazione di Veronica Brancati. Il progetto espositivo è promosso e organizzato dall’Ambasciata della Repubblica di Malta in Italia ed è realizzato con il sostegno del Culture Diplomacy Fund del Ministero degli Affari Esteri e Europei della Repubblica di Malta e il sostegno di Arts Council Malta. La prima mostra internazionale postuma dedicata a Ray Pitrè (1940–2024) propone una rilettura del contributo dell’artista maltese alla storia dell’arte del Novecento. L’esposizione si concentra su una selezione di ritratti e fisionomie che tracciano il percorso creativo dell’artista, dagli anni settanta agli anni novanta. La scelta curata di opere inedite proviene dalla collezione di famiglia. La mostra presenta opere su carta, dipinti su supporto ligneo e tela oltre ad un diario personale dell’artista al quale corrispondono una scelta di acquerelle e tecnica mista su fogli tagliati dal diario. L’assieme racconta un lato poco conosciuto dell’artista maltese, esponente dell’arte povera sull’isola ma spesso riconosciuto come ritrattista d’eccezione grazie al suo repertorio essenzialmente classico. Le opere in mostra raccontano il lato più personale e profondo dell’artista. Artista, scultore, scrittore e tra i più importanti ritrattisti di Malta, Pitrè si riconosce nell’uomo meridionale Europea. La sua sensibilità mediterranea, plasmata da una stratificazione culturale, di memoria e di complessità si narra attraverso la sua pennellatura fitta ed intensa, colori densi ed impastati che modellano fisionomie che mettono in dialogo permanenza e fragilità, costruzione ed erosione, presenza materiale e dimensione interiore. Attraverso superfici sovrapposte, segni essenziali e processi di progressiva decostruzione dell’immagine, l’artista affronta temi universali quali il trauma, la memoria, la mortalità e la condizione umana. I ritratti anonimi degli anni Sessanta rappresentano le prime riflessioni di Pitrè sulla figura umana. Nel corso del tempo queste immagini si trasformano progressivamente in presenze frammentate e stratificate, come se l’artista pelasse strato dopo strato per arrivare all’essenziale, fino a diventare uno scavo psicologico. La fisionomia non è più semplice rappresentazione, ma diventa una superficie attraverso cui l’artista cerca di raggiungere ciò che egli stesso definiva i propri “demoni interiori”. In questa ricerca incessante emerge una visione dell’identità profondamente mediterranea. Diventano anime, frutto di un’accumulazione incessante di tensioni e trasformazioni. La mostra porta alla riscoperta di un aspetto poco noto dell’opera di Ray Pitrè, lontano dalla produzione ufficiale dei ritratti su commissione che gli valse notorietà nazionale. Riunendo lavori in gran parte inediti, documenti personali e materiali di studio, il progetto restituisce la complessità di una figura centrale della cultura maltese contemporanea e invita a riflettere sul rapporto tra memoria individuale, identità mediterranea ed esperienza universale dell’essere umano. Ray Pitrè (1940–2024) è stato uno dei più importanti artisti maltesi del secondo Novecento. Attivo nei campi della pittura, del disegno, della scultura e della scrittura, ha sviluppato una ricerca incentrata sulla condizione umana, la memoria e il trauma, attraverso linguaggi che spaziano dal ritratto all’assemblaggio sperimentale. Tra i primi interpreti dell’Arte Povera a Malta, ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia nel 1999 e ha esposto in vari sedi internazionali. Accanto alla sua celebre attività di ritrattista ufficiale, ha realizzato un corpus di opere profondamente personali che ne testimoniano la costante riflessione sull’identità, sul paesaggio mediterraneo e sull’esperienza umana. Inaugurazione: 25 luglio ore 17.30 Comunicato stampa
Fuochi sul Tevere: Roma attraverso gli occhi di Kanutas Ruseckas

Fino al 22 novembre 2026 l’appartamento del Castellano a Castel Sant’Angelo ospita la mostra “Fuochi sul Tevere: Roma attraverso gli occhi di Kanutas Ruseckas”. Promossa e realizzata dal Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, in collaborazione con il Lithuanian National Museum of Art, l’esposizione è inserita nell’ambito dell’Anno culturale Lituania–Italia 2026 e sarà aperta al pubblico fino al 22 novembre 2026. L’iniziativa intende valorizzare i rapporti culturali tra Italia e Lituania, offrendo una nuova chiave di lettura della storia di Castel Sant’Angelo e di Roma, nonché del fascino che il monumento e la città hanno esercitato sugli artisti europei nel corso dei secoli. La mostra presenta una selezione di dipinti di Kanutas Ruseckas, uno dei più importanti artisti lituani del XIX secolo e uno dei principali rappresentanti della pittura romantica. Ruseckas fu tra i fondatori della comunità di artisti lituani e polacchi residenti a Roma. Egli credeva che questa terra, cinta dagli allori della gloria passata e segnata dalle tracce dell’eroismo, sarebbe stata per loro una stella guida. Le opere esposte provengono dal Lithuanian National Museum of Art e sono inserite nel percorso museale di Castel Sant’Angelo dedicato alla tradizione della Girandola, con il quale entrano in dialogo. I dipinti evidenziano infatti lo sguardo che l’artista lituano rivolse a Roma nel corso del suo soggiorno italiano, dove immortalò le vestigia capitoline come il Colosseo, e uno degli eventi più celebri della vita cittadina romana: la Girandola di Castel Sant’Angelo. Organizzata ogni anno il 29 giugno in onore dei Santi Pietro e Paolo, lo spettacolo pirotecnico – fin dall’epoca rinascimentale – ha contribuito a costruire l’immaginario di Roma, affascinando viaggiatori, artisti e visitatori provenienti da tutta Europa. Castel Sant’Angelo viene dipinto da Ruseckas da un punto di osservazione situato presso lo scomparso Porto Leonino, costruito da Papa Leone XII nel 1827 sulla riva destra del Tevere, nei pressi del Vaticano. L’effetto è così vivido da far percepire non solo le fontane di fuoco che si innalzano dal castello nel cielo notturno di Roma, ma quasi anche il fragore dei fuochi d’artificio che accompagna lo spettacolo.
SYNTHETIC HISTORIES & POINTS OF VIEW. Mostre alla Casa Museo Andersen

SYNTHETIC HISTORIES. ARTEFATTI, MEMORIE E NARRAZIONI CONTROFATTUALI Mostra a cura di Chiara Canali nell’ambito di Rome New Media Week – Edizione Zero. Con la collaborazione di Veronica Brancati e con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e POINTS OF VIEW. NUOVE PROSPETTIVE MEDIALI SUL PATRIMONIO Mostra a cura di Luca Martinelli nell’ambito di Rome New Media Week – Edizione Zero. Presenting partner: Fotonica. Con la collaborazione di Veronica Brancati e con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale Dal 6 al 12 luglio 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, Commissario della mostra, e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri ospita, nelle sale del piano terra, le mostre Synthetic Histories. Artefatti, memorie e narrazioni controfattuali, a cura di Chiara Canali in collaborazione con Rome New Media Week (RNMW) e Points of View curata da Luca Martinelli in collaborazione con Fotonica. Le esposizioni sono state coordinate da Veronica Brancati e patrocinate dalla Regione Lazio e dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale. I due progetti si inseriscono nel programma dell’Edizione Zero della Rome New Media Week (RNMW), rassegna annuale diretta da Luca Martinelli, che coinvolge artisti, gallerie e curatori in un percorso di esplorazione e mappatura dei temi e dei network dei nuovi media artistici. Nel percorso espositivo Points of View, gli artisti Torin Blankensmith e Lyell Hintz (Dotsimulate) presentano un’installazione interattiva realizzata con TouchDesigner, composta da una serie di schermi-portale che instaurano un dialogo visivo con la scultura La Notte di Hendrik C. Andersen. Attraverso elaborazioni digitali in tempo reale, l’installazione offre prospettive molteplici e invita il pubblico a osservare i gessi del museo da punti di vista inediti. Synthetic Histories. Artefatti, memorie e narrazioni controfattuali riunisce i lavori di quattro artiste pioniere nell’impiego della digital art, appartenenti a generazioni e contesti geografici differenti: Giuliana Cunéaz propone la scultura Attrazione magnetica insieme a Matter Waves; Chiara Passa dà vita a un ambiente immersivo in realtà virtuale dal titolo Crying at the Gypsotheque; Auriea Harvey espone la serie scultorea The Mystery, mentre Ana Maria Caballero e Alex Estorick firmano il progetto artifacts. Le opere riflettono su come intelligenza artificiale, realtà virtuale, modellazione tridimensionale e sistemi generativi stiano ridefinendo il nostro rapporto con la storia, la memoria e la costruzione delle immagini. La scelta della Casa Museo H.C. Andersen ha un forte valore simbolico: il monumentale progetto dello scultore per un “Centro Mondiale di Comunicazione” trovava infatti il suo fulcro nella Torre del Progresso, concepita come una vera e propria antenna globale per irradiare e diffondere la conoscenza in tutto il mondo. Questa utopia di una trasmissione universale anticipa a tutti gli effetti la struttura del World Wide Web e delle reti digitali, offrendo la cornice ideale a Synthetic Histories per indagare le nuove forme di creazione e diffusione delle immagini nell’era dell’IA. Comunicato stampa
I SEGNI E LE STORIE. Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento.

A Castel Sant’Angelo apre al pubblico il Bastione di San Marco con la mostra “I segni e le storie – Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento” Roma, 26 giugno 2026 – È aperta al pubblico da ieri, 25 giugno, la mostra “I segni e le storie – Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento”, allestita nel Bastione di San Marco a Castel Sant’Angelo, uno spazio che entra da oggi nel percorso di visita del Monumento. Promossa e realizzata dal Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Roma e con l’organizzazione di Civita Mostre e Musei, l’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 13 settembre 2026. La mostra mette in dialogo un prezioso nucleo di documenti dell’Archivio di Stato di Roma, individuati da Franco Russo nel corso delle sue ricerche, con una selezione di coltelli storici della sua collezione e con gli spazi, le collezioni e la storia di Castel Sant’Angelo. Carte processuali, bandi, verbali e atti giudiziari, datati tra il 1611 e il 1865, raccontano episodi di cronaca, conflitti e vicende quotidiane, spesso accompagnati da sorprendenti sagome di coltelli tracciate a margine delle testimonianze: tracce che oggi dialogano con gli oggetti esposti, in particolare con gli esemplari ottocenteschi, restituendo corpo e materia a storie custodite per secoli negli archivi. Questo dialogo permette di osservare l’evoluzione del coltello romano, il tradizionale serratore, che conserva, pur tra adattamenti e trasformazioni, le caratteristiche già documentate nelle fonti seicentesche fino all’Unità d’Italia. Allo stesso tempo, le ricerche condotte sui documenti dell’Archivio di Stato di Roma restituiscono uno spaccato della vita quotidiana nella Roma papale: dai verbali dei tribunali emerge il racconto della strada, con le sue tensioni, i conflitti e gli episodi di sopraffazione; dai bandi, il punto di vista delle autorità. Dallo scarto tra queste due prospettive nasce una delle chiavi di lettura più significative della mostra, che mette in luce il rapporto tra cultura materiale, norme e identità collettiva. Vite comuni, questioni d’onore, episodi di violenza, trasgressioni e necessità compongono così una narrazione corale della Roma popolare, restituendo il volto meno ufficiale della città e uno sguardo ravvicinato su uomini e donne spesso assenti dai grandi racconti storici. Castel Sant’Angelo non è soltanto la cornice della mostra, ma uno dei suoi protagonisti: nelle sue prigioni furono rinchiusi molti personaggi simili a quelli descritti nei documenti. Tra le figure che accompagnano il percorso espositivo vi è il brigante Antonio Gasbarrone, guida simbolica di un’epoca di tensioni e contraddizioni, evocato dalla porta originale di una cella del Castello – restaurata per l’occasione – e dalle incisioni di Bartolomeo Pinelli, tra i più significativi interpreti della Roma ottocentesca. A suggellare questo legame tra luogo e racconto, un pugnale delle collezioni di Castel Sant’Angelo si aggiunge ai materiali esposti, creando un collegamento ideale con Panopliae, la mostra allestita nell’Armeria Superiore: se questa racconta le armi legate alla guerra e alle corti, I segni e le storie restituisce la dimensione quotidiana dei conflitti. Due percorsi complementari che trovano in Castel Sant’Angelo il contesto ideale per riflettere sul rapporto tra violenza, controllo sociale e convivenza civile. Al centro del progetto restano le fonti archivistiche: grazie alla collaborazione tra Castel Sant’Angelo e l’Archivio di Stato di Roma, documenti normativi e processuali diventano strumenti per comprendere la complessità della società romana tra età moderna e contemporanea, ben oltre la loro funzione amministrativa. I segni e le storie è così un invito a leggere tra le righe della storia, osservando da vicino le tracce di uomini e donne spesso dimenticati dalle narrazioni ufficiali, e a riscoprire, nelle pieghe della memoria archivistica, la complessità di una città e della sua umanità. Comunicato stampa
PANOPLIӔ. Armi, ingegno e potere a Castel Sant’Angelo

Castel Sant’Angelo inaugura la mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere e riapre le Sale Farnesiane Dal 20 giugno 2026 Castel Sant’Angelo presenta due importanti novità nel percorso di visita: l’apertura della mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere a Castel Sant’Angelo, dedicata alle collezioni di armi storiche del museo, e la riapertura al pubblico delle Sale Farnesiane, con un nuovo allestimento che ricrea l’atmosfera e le funzioni di un appartamento papale rinascimentale. La mostra: Panopliæ. Armi, ingegno e potere La mostra, a cura di Luca Mercuri, direttore dell’istituto, e di Mario Scalini, studioso di armi antiche e già dirigente del Ministero della Cultura, nasce per riportare alla luce un importante patrimonio conservato per lungo tempo nei depositi del museo. Dopo un’ampia campagna di ricognizione, studio e restauro, una prima selezione delle armi storiche del museo è ora nuovamente a disposizione del pubblico. Il ritorno delle armi è anche un ritorno a casa: in occasione di Panopliæ, infatti, le armi tornano negli ambienti che furono allestiti come Armeria agli esordi del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, restituendo a questi spazi una funzione profondamente legata alla storia del Castello e delle sue collezioni. Nato come mausoleo dell’imperatore Adriano e trasformato nei secoli in fortezza, residenza papale, prigione di Stato e presidio militare per poi diventare Museo Nazionale nel 1925, Castel Sant’Angelo è il luogo ideale per accogliere questo racconto. Le collezioni si sono formate nel corso del Novecento attraverso acquisizioni, donazioni e trasferimenti da altri istituti. Tra gli apporti più significativi figurano la raccolta del collezionista Umberto Zanvettori, acquisita nel 1927, i pezzi provenienti dal conoscitore Remo Fedi negli anni Trenta e Quaranta del Novecento e numerosi manufatti giunti da Palazzo Venezia, dal Bargello, dal Museo Artistico Industriale di Roma e da Capodimonte. Il percorso espositivo si snoda in sei sale e attraversa oltre un millennio di storia, proponendo una lettura per temi ed epoche: il mondo eroico medievale, i grandi committenti del Rinascimento, le corti e le marine del Seicento, la rivoluzione delle armi da fuoco. Tra i pezzi che il visitatore incontrerà lungo il percorso figurano gli elmi corinzi del VI e V secolo a.C., i reperti più antichi esposti; l’elmetto con visiera a ventaglia forse appartenuto a Roberto Sanseverino, condottiero al servizio della Repubblica di Venezia caduto a Calliano nel 1487, presentato accanto a una riproduzione della sua lastra tombale conservata nel Duomo di Trento; una rara Hakenbüchse tedesca del primo Cinquecento, tra le prime armi da fuoco destinate a trasformare le tecniche di guerra; le armature legate alle grandi dinastie italiane, tra cui il corsaletto da barriera del cardinale Odoardo Farnese attribuito al celebre armoraro Pompeo della Cesa e il morione della guardia personale di Pierluigi Farnese. Nella sezione dedicata alla tradizione Medici si segnala, invece, grazie al prestito del Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il ricongiungimento di un petto con la croce di Malta a due pregiate manopole della collezione di Castel Sant’Angelo riconosciute e restaurate come parte di una medesima armatura realizzata per il giovane Giovan Carlo de’ Medici (1611–1663), presentata in dialogo con il suo ritratto proveniente dalle collezioni delle Gallerie degli Uffizi. Non mancano le armi utilizzate dalle milizie pontificie, quelle riferibili alla tradizione milanese, napoletana e veneziana, fino alla scatola del revolver donato nel 1864 a Giuseppe Garibaldi dalla scrittrice Caroline Giffard Phillipson, testimonianza dell’ammirazione che la figura di Garibaldi suscitava nel mondo anglosassone. «Panopliæ – commenta Luca Mercuri, Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma – nasce dalla volontà di restituire a Castel Sant’Angelo una delle funzioni che ne hanno caratterizzato la storia museale: le armi tornano infatti negli spazi dell’Armeria, riallacciando il legame tra le collezioni e il monumento che le ospita. La mostra è il risultato di un importante lavoro di studio, ricerca e restauro delle raccolte conservate nei depositi, oggi nuovamente accessibili al pubblico. Castel Sant’Angelo, fortezza e presidio militare al centro di vicende cruciali come il Sacco di Roma del 1527, rappresenta il contesto ideale per raccontare il mondo di corti, dinastie e conflitti cui molti degli oggetti esposti rimandano. La riapertura delle Sale Farnesiane completa questo percorso, restituendo ambienti che tornano a raccontare la propria storia attraverso il dialogo tra architetture, arredi e opere d’arte.» I restauri – condotti da Merj Nesi per l’occasione e, precedentemente, da Antonio Mignemi, Nicola Salvioli e Mari Yanagashita – hanno consentito il recupero di nuclei di grande pregio, dei quali è stata ricostruita la provenienza, restituendo alle raccolte di Castel Sant’Angelo un rilievo di assoluto significato anche in un contesto di straordinaria ricchezza quale è Roma. La riapertura delle Sale Farnesiane Contestualmente riaprono al pubblico le Sale Farnesiane, parte dell’appartamento fatto realizzare da papa Paolo III Farnese negli anni Quaranta del Cinquecento. Le sale sono state oggetto di interventi conservativi, di ritinteggiatura e di un nuovo allestimento. Nelle sale di Amore e Psiche e del Perseo che affiancano la sala di maggior rappresentanza – la Sala Paolina – si è voluta rievocare la funzione originaria degli ambienti all’interno dell’appartamento papale. Arredi, dipinti e oggetti d’epoca ricostruiscono l’atmosfera di una residenza rinascimentale, restituendo alle stanze la loro identità storica, concependo gli spazi come period rooms secondo i più moderni criteri museografici. La Sala di Amore e Psiche, tradizionalmente interpretata come camera da letto del pontefice, è oggi allestita come una camera rinascimentale: al centro si trova un grande letto da pompa in noce di manifattura romana con stemma Farnese, affiancato da un inginocchiatoio per la preghiera privata, un leggio, un tabernacolo con crocifisso e una cassettiera in radica di noce. Alle pareti figurano opere di grande pregio come Il Bagno di Dosso Dossi e la Giovane donna con unicorno di Luca Longhi, nella quale molti riconoscono i tratti di Giulia Farnese, la celebre “Giulia la Bella”, sorella di Paolo III. La Sala del Perseo, probabile studiolo privato di Paolo III, è invece dedicata alla dimensione dello studio e della rappresentazione del potere. Una copia del ritratto di Pierluigi Farnese campeggia al centro sopra una