Ercolano. L’arte di vivere

Reperti straordinari provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano e raramente esposti al pubblico, oggetti che raccontano la vita quotidiana dell’antica città preservata dall’eruzione del 79 d.C., un pane sfornato duemila anni fa e carbonizzato dall’eruzione del Vesuvio, insieme ad alimenti, reperti organici, stoviglie, arredi e utensili d’uso quotidiano. Dal 22 luglio 2026 Castel Sant’Angelo apre le sue sale monumentali a Ercolano. L’arte di vivere, la mostra che conduce il visitatore alla scoperta della città vesuviana, fermata per sempre dall’eruzione del Vesuvio. L’esposizione è a cura di Massimo Osanna, Capo Dipartimento Attività Culturali del Ministero della Cultura, Federica Colaiacomo, Direttrice del Parco archeologico di Ercolano, Luca Mercuri, Direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, e di Francesco Sirano, Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Il progetto nasce dalla felice collaborazione tra Castel Sant’Angelo e il Parco archeologico di Ercolano. L’esperienza della mostra Dall’uovo alle mele. La civiltà del cibo e i piaceri della tavola nell’antichità, presentata nelle sale affrescate di Villa Campolieto a Ercolano, costituisce il punto di partenza di un nuovo progetto espositivo, completamente ripensato per gli spazi monumentali della Mole Adriana. Il percorso, articolato in sette sezioni, amplia significativamente il racconto, estendendolo dall’alimentazione alla vita quotidiana dell’antica Ercolano, ed è arricchito da una selezione di oltre 70 reperti, molti dei quali finora custoditi nei depositi del Parco archeologico e presentati eccezionalmente al pubblico in occasione di questa mostra. Il percorso si apre con una straordinaria Wunderkammer, una «camera delle meraviglie» ispirata alle celebri raccolte rinascimentali. Vi sono riuniti 42 reperti di eccezionale valore provenienti dai depositi del Parco archeologico di Ercolano: statue, busti, affreschi, gioielli e oggetti della vita quotidiana che raccontano la raffinatezza artistica, il livello culturale e la qualità della vita nell’antica città alla vigilia della catastrofe. Come nelle originarie camere delle meraviglie, l’obiettivo non è soltanto esporre, ma suscitare stupore. Il visitatore entra quindi nel cuore dell’evento che ha segnato il destino di Ercolano: una sala immersiva dedicata all’eruzione del Vesuvio, tra contenuti audiovisivi, dipinti, stampe e arti decorative che documentano la costruzione dell’immaginario del vulcano nell’Europa del Grand Tour. Accanto alla tradizione resa celebre da Pierre-Jacques Volaire, la tempera di Giacomo e Antonio Baseggio (1784), la Burrasca al chiaro di luna nel Golfo di Napoli (1822) di Joseph Rebell e una rara porcellana della manifattura Poulard Prad restituiscono il fascino del sublime che attirò a Napoli viaggiatori, artisti e studiosi da tutta Europa. Dal mito alla strada: la mostra ricostruisce poi, con installazioni audiovisive e reperti archeologici, la città viva, con le sue botteghe e i thermopolia, luoghi destinati alla vendita di cibi e bevande pronti per il consumo quotidiano. Tra i reperti più sorprendenti, le pagnotte carbonizzate dall’eruzione ma conservate intatte, identiche a quelle raffigurate nel celebre affresco pompeiano della distribuzione del pane, e le teglie del forno di Sextus Patulcius Felix, parte di una serie di 25 stampi rinvenuti a Ercolano. Il percorso entra quindi nell’intimità della domus, tra cucina e dispensa: mortai, pentole, casseruole e preziosi reperti organici – cereali e legumi restituiti dagli scavi – documentano con rara precisione la dieta quotidiana degli antichi ercolanesi. Il racconto prosegue con il vino, tra le attività economiche più floride della Campania antica – Plinio il Vecchio celebrava il Falerno come uno dei vini più rinomati del suo tempo – e al tempo stesso ponte verso il divino nel culto di Bacco, dio della vite, della fertilità e dell’ebbrezza rituale. Gran finale nella sala dei banchetti, dove una meridiana in marmo scandisce i tre momenti dell’alimentazione antica – ientaculum, prandium e cena – tra campanelli in bronzo, vasellame in vetro, bronzo e argento e l’oggetto forse più peculiare della mostra: la larva convivialis, la piccola figurina scheletrica che, posata sulla tavola, ricordava ai commensali la brevità della vita e li invitava, sulle orme di Epicuro, a godere dei piaceri del convivio. La scelta di Castel Sant’Angelo come sede espositiva riveste un significato particolare. Il monumento, emblema della stratificazione storica di Roma – da mausoleo imperiale a fortezza, da residenza papale a museo – offre l’occasione per un dialogo tra due luoghi profondamente diversi ma accomunati dalla capacità di conservare, ciascuno secondo la propria storia, straordinarie testimonianze del passato. Il percorso espositivo accompagna il visitatore attraverso questo patrimonio eccezionale grazie al dialogo tra reperti archeologici, installazioni multimediali e ambientazioni immersive. La colata piroclastica che investì Ercolano nel 79 d.C. ha preservato edifici, oggetti, alimenti e materiali organici, trasformando una catastrofe in una straordinaria fonte di conoscenza e restituendo una documentazione unica sulle pratiche alimentari, le attività lavorative, la cura del corpo, le relazioni sociali nel mondo romano antico. «Con questa iniziativa – commenta Luca Mercuri, Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma e curatore della mostra – Castel Sant’Angelo conferma la propria vocazione a essere luogo di incontro tra patrimoni, istituzioni e pubblici diversi. Questa mostra nasce da una collaborazione che testimonia quanto il dialogo tra musei possa generare progetti culturali di qualità, capaci di ampliare le occasioni di conoscenza e di valorizzare il patrimonio attraverso nuovi percorsi di visita. Per Castel Sant’Angelo è motivo di particolare soddisfazione dare vita a un progetto espositivo che mette in relazione due realtà di straordinario valore e propone ai visitatori un’esperienza culturale ricca e originale. Si inserisce inoltre in una programmazione culturale sempre più ampia e diversificata che, attraverso mostre, eventi e iniziative, conferma il Castello come un luogo vivo, aperto al dialogo tra epoche, linguaggi e pubblici differenti.» «Ercolano, come Pompei, offre una testimonianza straordinaria della vita di una città romana – commenta Massimo Osanna, Capo del Dipartimento per le Attività Culturali e curatore della mostra –. Le particolari condizioni di conservazione determinate dall’eruzione del 79 d.C. hanno preservato edifici, arredi e oggetti d’uso quotidiano, permettendo di ricostruire le attività, le abitudini alimentari e le forme della convivialità dei suoi abitanti. La mostra presenta questo patrimonio attraverso i risultati della ricerca più recente, offrendo al pubblico nuovi strumenti per
Ray Pitrè. Mediterranean Souls – Anime mediterranee

Dal 25 luglio al 22 settembre 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, Commissario della mostra, e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri, ospita nello spazio espositivo del secondo piano, la mostra Ray Pitrè. Mediterranean Souls – Anime mediterranee, a cura di Sandro Debono e con la collaborazione di Veronica Brancati. Il progetto espositivo è promosso e organizzato dall’Ambasciata della Repubblica di Malta in Italia ed è realizzato con il sostegno del Culture Diplomacy Fund del Ministero degli Affari Esteri ed Europei della Repubblica di Malta. Quella che presentiamo è la prima mostra internazionale dedicata a Ray Pitrè (1940–2024) dopo la morte dell’artista e propone una rilettura del contributo dell’autore maltese alla storia dell’arte novecentesca. L’esposizione si concentra su una selezione di ritratti che tracciano il suo percorso creativo, dagli anni Settanta agli anni Novanta. Le opere selezionate sono inedite e provengono dalla collezione della famiglia. La mostra presenta opere su carta, dipinti su supporto ligneo e tela oltre a un diario personale dell’artista da cui sono tratti alcuni acquerelli realizzati contecnica mista sui fogli dello stesso diario. L’insieme racconta un aspetto poco noto della produzione di Ray Pitrè, esponente dell’arte povera nel contesto maltese ma riconosciuto come ritrattista d’eccezione grazie al suo repertorio essenzialmente classico. Le opere esposte rivelano aspetti e caratteristiche personali e inedite dell’artista. Pittore, scultore, scrittore e tra i più importanti ritrattisti di Malta, Pitrè si identifica con l’anima meridionale europea al centro della sua ricerca. La sensibilità mediterranea, plasmata da una stratificazione culturale, di memoria e di complessità, è testimoniata dalla pennellatura fitta e intensa e dai colori densi e impastati che modellano fisionomie capaci di mettere in dialogo permanenza e fragilità, costruzione ed erosione, presenza materiale e dimensione interiore. Attraverso superfici sovrapposte, segni essenziali e processi di progressiva decostruzione dell’immagine, l’artista affronta temi universali quali il trauma, la memoria, la mortalità e la condizione umana. I ritratti anonimi degli anni Sessanta rappresentano le prime riflessioni di Pitrè sulla figura umana. Nel corso del tempo queste immagini si trasformano progressivamente in presenze frammentate e stratificate, come se l’artista sottraesse, strato dopo strato, la superficie per arrivare all’essenziale, rivelando così il mondo interiore del ritrattato. La fisionomia non è più semplice rappresentazione, ma diventa un’immagine attraverso cui l’artista cerca di raggiungere ciò che egli stesso definiva i propri “demoni interiori”. In questa ricerca incessante emerge una visione dell’identità profondamente mediterranea. Le figure diventano anime, frutto di un’accumulazione incessante di tensioni e trasformazioni. La mostra conduce alla riscoperta di un aspetto poco noto dell’opera di Ray Pitrè, lontano dalla produzione ufficiale dei ritratti su commissione che gli valse notorietà nazionale. Riunendo lavori in gran parte inediti, documenti personali e materiali di studio, il progetto restituisce la complessità di una figura centrale della cultura maltese contemporanea e invita a riflettere sul rapporto tra memoria individuale, identità mediterranea ed esperienza universale dell’essere umano. Biografia Raymond Pitrè (1940–2024) è stato uno dei più importanti artisti maltesi del secondo Novecento. Attivo nei campi della pittura, del disegno, della scultura e della scrittura, ha sviluppato una ricerca incentrata sulla condizione umana, la memoria e il trauma, attraverso linguaggi che spaziano dal ritratto all’assemblaggio sperimentale. Tra i primi interpreti dell’Arte Povera a Malta, ha rappresentato il suo Paese alla Biennale di Venezia nel 1999 e ha esposto in varie sedi internazionali. Accanto alla sua celebre attività di ritrattista ufficiale, ha realizzato un corpus di opere profondamente personali che testimoniano la sua costante riflessione sull’identità, sul paesaggio mediterraneo e sull’esperienza umana. Inaugurazione: 25 luglio ore 17.30
Fuochi sul Tevere: Roma attraverso gli occhi di Kanutas Ruseckas

Fino al 22 novembre 2026 l’appartamento del Castellano a Castel Sant’Angelo ospita la mostra “Fuochi sul Tevere: Roma attraverso gli occhi di Kanutas Ruseckas”. Promossa e realizzata dal Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, in collaborazione con il Lithuanian National Museum of Art, l’esposizione è inserita nell’ambito dell’Anno culturale Lituania–Italia 2026 e sarà aperta al pubblico fino al 22 novembre 2026. L’iniziativa intende valorizzare i rapporti culturali tra Italia e Lituania, offrendo una nuova chiave di lettura della storia di Castel Sant’Angelo e di Roma, nonché del fascino che il monumento e la città hanno esercitato sugli artisti europei nel corso dei secoli. La mostra presenta una selezione di dipinti di Kanutas Ruseckas, uno dei più importanti artisti lituani del XIX secolo e uno dei principali rappresentanti della pittura romantica. Ruseckas fu tra i fondatori della comunità di artisti lituani e polacchi residenti a Roma. Egli credeva che questa terra, cinta dagli allori della gloria passata e segnata dalle tracce dell’eroismo, sarebbe stata per loro una stella guida. Le opere esposte provengono dal Lithuanian National Museum of Art e sono inserite nel percorso museale di Castel Sant’Angelo dedicato alla tradizione della Girandola, con il quale entrano in dialogo. I dipinti evidenziano infatti lo sguardo che l’artista lituano rivolse a Roma nel corso del suo soggiorno italiano, dove immortalò le vestigia capitoline come il Colosseo, e uno degli eventi più celebri della vita cittadina romana: la Girandola di Castel Sant’Angelo. Organizzata ogni anno il 29 giugno in onore dei Santi Pietro e Paolo, lo spettacolo pirotecnico – fin dall’epoca rinascimentale – ha contribuito a costruire l’immaginario di Roma, affascinando viaggiatori, artisti e visitatori provenienti da tutta Europa. Castel Sant’Angelo viene dipinto da Ruseckas da un punto di osservazione situato presso lo scomparso Porto Leonino, costruito da Papa Leone XII nel 1827 sulla riva destra del Tevere, nei pressi del Vaticano. L’effetto è così vivido da far percepire non solo le fontane di fuoco che si innalzano dal castello nel cielo notturno di Roma, ma quasi anche il fragore dei fuochi d’artificio che accompagna lo spettacolo.
SYNTHETIC HISTORIES & POINTS OF VIEW. Mostre alla Casa Museo Andersen

SYNTHETIC HISTORIES. ARTEFATTI, MEMORIE E NARRAZIONI CONTROFATTUALI Mostra a cura di Chiara Canali nell’ambito di Rome New Media Week – Edizione Zero. Con la collaborazione di Veronica Brancati e con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e POINTS OF VIEW. NUOVE PROSPETTIVE MEDIALI SUL PATRIMONIO Mostra a cura di Luca Martinelli nell’ambito di Rome New Media Week – Edizione Zero. Presenting partner: Fotonica. Con la collaborazione di Veronica Brancati e con il patrocinio della Regione Lazio e dell’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale Dal 6 al 12 luglio 2026, la Casa Museo Hendrik Christian Andersen, diretta da Maria Giuseppina Di Monte, Commissario della mostra, e afferente all’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma guidata da Luca Mercuri ospita, nelle sale del piano terra, le mostre Synthetic Histories. Artefatti, memorie e narrazioni controfattuali, a cura di Chiara Canali in collaborazione con Rome New Media Week (RNMW) e Points of View curata da Luca Martinelli in collaborazione con Fotonica. Le esposizioni sono state coordinate da Veronica Brancati e patrocinate dalla Regione Lazio e dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale. I due progetti si inseriscono nel programma dell’Edizione Zero della Rome New Media Week (RNMW), rassegna annuale diretta da Luca Martinelli, che coinvolge artisti, gallerie e curatori in un percorso di esplorazione e mappatura dei temi e dei network dei nuovi media artistici. Nel percorso espositivo Points of View, gli artisti Torin Blankensmith e Lyell Hintz (Dotsimulate) presentano un’installazione interattiva realizzata con TouchDesigner, composta da una serie di schermi-portale che instaurano un dialogo visivo con la scultura La Notte di Hendrik C. Andersen. Attraverso elaborazioni digitali in tempo reale, l’installazione offre prospettive molteplici e invita il pubblico a osservare i gessi del museo da punti di vista inediti. Synthetic Histories. Artefatti, memorie e narrazioni controfattuali riunisce i lavori di quattro artiste pioniere nell’impiego della digital art, appartenenti a generazioni e contesti geografici differenti: Giuliana Cunéaz propone la scultura Attrazione magnetica insieme a Matter Waves; Chiara Passa dà vita a un ambiente immersivo in realtà virtuale dal titolo Crying at the Gypsotheque; Auriea Harvey espone la serie scultorea The Mystery, mentre Ana Maria Caballero e Alex Estorick firmano il progetto artifacts. Le opere riflettono su come intelligenza artificiale, realtà virtuale, modellazione tridimensionale e sistemi generativi stiano ridefinendo il nostro rapporto con la storia, la memoria e la costruzione delle immagini. La scelta della Casa Museo H.C. Andersen ha un forte valore simbolico: il monumentale progetto dello scultore per un “Centro Mondiale di Comunicazione” trovava infatti il suo fulcro nella Torre del Progresso, concepita come una vera e propria antenna globale per irradiare e diffondere la conoscenza in tutto il mondo. Questa utopia di una trasmissione universale anticipa a tutti gli effetti la struttura del World Wide Web e delle reti digitali, offrendo la cornice ideale a Synthetic Histories per indagare le nuove forme di creazione e diffusione delle immagini nell’era dell’IA. Comunicato stampa
I SEGNI E LE STORIE. Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento.

A Castel Sant’Angelo apre al pubblico il Bastione di San Marco con la mostra “I segni e le storie – Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento” Roma, 26 giugno 2026 – È aperta al pubblico da ieri, 25 giugno, la mostra “I segni e le storie – Scene di una Roma inquieta tra Seicento e Ottocento”, allestita nel Bastione di San Marco a Castel Sant’Angelo, uno spazio che entra da oggi nel percorso di visita del Monumento. Promossa e realizzata dal Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, in collaborazione con l’Archivio di Stato di Roma e con l’organizzazione di Civita Mostre e Musei, l’esposizione sarà aperta al pubblico fino al 13 settembre 2026. La mostra mette in dialogo un prezioso nucleo di documenti dell’Archivio di Stato di Roma, individuati da Franco Russo nel corso delle sue ricerche, con una selezione di coltelli storici della sua collezione e con gli spazi, le collezioni e la storia di Castel Sant’Angelo. Carte processuali, bandi, verbali e atti giudiziari, datati tra il 1611 e il 1865, raccontano episodi di cronaca, conflitti e vicende quotidiane, spesso accompagnati da sorprendenti sagome di coltelli tracciate a margine delle testimonianze: tracce che oggi dialogano con gli oggetti esposti, in particolare con gli esemplari ottocenteschi, restituendo corpo e materia a storie custodite per secoli negli archivi. Questo dialogo permette di osservare l’evoluzione del coltello romano, il tradizionale serratore, che conserva, pur tra adattamenti e trasformazioni, le caratteristiche già documentate nelle fonti seicentesche fino all’Unità d’Italia. Allo stesso tempo, le ricerche condotte sui documenti dell’Archivio di Stato di Roma restituiscono uno spaccato della vita quotidiana nella Roma papale: dai verbali dei tribunali emerge il racconto della strada, con le sue tensioni, i conflitti e gli episodi di sopraffazione; dai bandi, il punto di vista delle autorità. Dallo scarto tra queste due prospettive nasce una delle chiavi di lettura più significative della mostra, che mette in luce il rapporto tra cultura materiale, norme e identità collettiva. Vite comuni, questioni d’onore, episodi di violenza, trasgressioni e necessità compongono così una narrazione corale della Roma popolare, restituendo il volto meno ufficiale della città e uno sguardo ravvicinato su uomini e donne spesso assenti dai grandi racconti storici. Castel Sant’Angelo non è soltanto la cornice della mostra, ma uno dei suoi protagonisti: nelle sue prigioni furono rinchiusi molti personaggi simili a quelli descritti nei documenti. Tra le figure che accompagnano il percorso espositivo vi è il brigante Antonio Gasbarrone, guida simbolica di un’epoca di tensioni e contraddizioni, evocato dalla porta originale di una cella del Castello – restaurata per l’occasione – e dalle incisioni di Bartolomeo Pinelli, tra i più significativi interpreti della Roma ottocentesca. A suggellare questo legame tra luogo e racconto, un pugnale delle collezioni di Castel Sant’Angelo si aggiunge ai materiali esposti, creando un collegamento ideale con Panopliae, la mostra allestita nell’Armeria Superiore: se questa racconta le armi legate alla guerra e alle corti, I segni e le storie restituisce la dimensione quotidiana dei conflitti. Due percorsi complementari che trovano in Castel Sant’Angelo il contesto ideale per riflettere sul rapporto tra violenza, controllo sociale e convivenza civile. Al centro del progetto restano le fonti archivistiche: grazie alla collaborazione tra Castel Sant’Angelo e l’Archivio di Stato di Roma, documenti normativi e processuali diventano strumenti per comprendere la complessità della società romana tra età moderna e contemporanea, ben oltre la loro funzione amministrativa. I segni e le storie è così un invito a leggere tra le righe della storia, osservando da vicino le tracce di uomini e donne spesso dimenticati dalle narrazioni ufficiali, e a riscoprire, nelle pieghe della memoria archivistica, la complessità di una città e della sua umanità. Comunicato stampa
PANOPLIӔ. Armi, ingegno e potere a Castel Sant’Angelo

Castel Sant’Angelo inaugura la mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere e riapre le Sale Farnesiane Dal 20 giugno 2026 Castel Sant’Angelo presenta due importanti novità nel percorso di visita: l’apertura della mostra Panopliæ. Armi, ingegno e potere a Castel Sant’Angelo, dedicata alle collezioni di armi storiche del museo, e la riapertura al pubblico delle Sale Farnesiane, con un nuovo allestimento che ricrea l’atmosfera e le funzioni di un appartamento papale rinascimentale. La mostra: Panopliæ. Armi, ingegno e potere La mostra, a cura di Luca Mercuri, direttore dell’istituto, e di Mario Scalini, studioso di armi antiche e già dirigente del Ministero della Cultura, nasce per riportare alla luce un importante patrimonio conservato per lungo tempo nei depositi del museo. Dopo un’ampia campagna di ricognizione, studio e restauro, una prima selezione delle armi storiche del museo è ora nuovamente a disposizione del pubblico. Il ritorno delle armi è anche un ritorno a casa: in occasione di Panopliæ, infatti, le armi tornano negli ambienti che furono allestiti come Armeria agli esordi del Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo, restituendo a questi spazi una funzione profondamente legata alla storia del Castello e delle sue collezioni. Nato come mausoleo dell’imperatore Adriano e trasformato nei secoli in fortezza, residenza papale, prigione di Stato e presidio militare per poi diventare Museo Nazionale nel 1925, Castel Sant’Angelo è il luogo ideale per accogliere questo racconto. Le collezioni si sono formate nel corso del Novecento attraverso acquisizioni, donazioni e trasferimenti da altri istituti. Tra gli apporti più significativi figurano la raccolta del collezionista Umberto Zanvettori, acquisita nel 1927, i pezzi provenienti dal conoscitore Remo Fedi negli anni Trenta e Quaranta del Novecento e numerosi manufatti giunti da Palazzo Venezia, dal Bargello, dal Museo Artistico Industriale di Roma e da Capodimonte. Il percorso espositivo si snoda in sei sale e attraversa oltre un millennio di storia, proponendo una lettura per temi ed epoche: il mondo eroico medievale, i grandi committenti del Rinascimento, le corti e le marine del Seicento, la rivoluzione delle armi da fuoco. Tra i pezzi che il visitatore incontrerà lungo il percorso figurano gli elmi corinzi del VI e V secolo a.C., i reperti più antichi esposti; l’elmetto con visiera a ventaglia forse appartenuto a Roberto Sanseverino, condottiero al servizio della Repubblica di Venezia caduto a Calliano nel 1487, presentato accanto a una riproduzione della sua lastra tombale conservata nel Duomo di Trento; una rara Hakenbüchse tedesca del primo Cinquecento, tra le prime armi da fuoco destinate a trasformare le tecniche di guerra; le armature legate alle grandi dinastie italiane, tra cui il corsaletto da barriera del cardinale Odoardo Farnese attribuito al celebre armoraro Pompeo della Cesa e il morione della guardia personale di Pierluigi Farnese. Nella sezione dedicata alla tradizione Medici si segnala, invece, grazie al prestito del Museo Nazionale del Bargello di Firenze, il ricongiungimento di un petto con la croce di Malta a due pregiate manopole della collezione di Castel Sant’Angelo riconosciute e restaurate come parte di una medesima armatura realizzata per il giovane Giovan Carlo de’ Medici (1611–1663), presentata in dialogo con il suo ritratto proveniente dalle collezioni delle Gallerie degli Uffizi. Non mancano le armi utilizzate dalle milizie pontificie, quelle riferibili alla tradizione milanese, napoletana e veneziana, fino alla scatola del revolver donato nel 1864 a Giuseppe Garibaldi dalla scrittrice Caroline Giffard Phillipson, testimonianza dell’ammirazione che la figura di Garibaldi suscitava nel mondo anglosassone. «Panopliæ – commenta Luca Mercuri, Direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma – nasce dalla volontà di restituire a Castel Sant’Angelo una delle funzioni che ne hanno caratterizzato la storia museale: le armi tornano infatti negli spazi dell’Armeria, riallacciando il legame tra le collezioni e il monumento che le ospita. La mostra è il risultato di un importante lavoro di studio, ricerca e restauro delle raccolte conservate nei depositi, oggi nuovamente accessibili al pubblico. Castel Sant’Angelo, fortezza e presidio militare al centro di vicende cruciali come il Sacco di Roma del 1527, rappresenta il contesto ideale per raccontare il mondo di corti, dinastie e conflitti cui molti degli oggetti esposti rimandano. La riapertura delle Sale Farnesiane completa questo percorso, restituendo ambienti che tornano a raccontare la propria storia attraverso il dialogo tra architetture, arredi e opere d’arte.» I restauri – condotti da Merj Nesi per l’occasione e, precedentemente, da Antonio Mignemi, Nicola Salvioli e Mari Yanagashita – hanno consentito il recupero di nuclei di grande pregio, dei quali è stata ricostruita la provenienza, restituendo alle raccolte di Castel Sant’Angelo un rilievo di assoluto significato anche in un contesto di straordinaria ricchezza quale è Roma. La riapertura delle Sale Farnesiane Contestualmente riaprono al pubblico le Sale Farnesiane, parte dell’appartamento fatto realizzare da papa Paolo III Farnese negli anni Quaranta del Cinquecento. Le sale sono state oggetto di interventi conservativi, di ritinteggiatura e di un nuovo allestimento. Nelle sale di Amore e Psiche e del Perseo che affiancano la sala di maggior rappresentanza – la Sala Paolina – si è voluta rievocare la funzione originaria degli ambienti all’interno dell’appartamento papale. Arredi, dipinti e oggetti d’epoca ricostruiscono l’atmosfera di una residenza rinascimentale, restituendo alle stanze la loro identità storica, concependo gli spazi come period rooms secondo i più moderni criteri museografici. La Sala di Amore e Psiche, tradizionalmente interpretata come camera da letto del pontefice, è oggi allestita come una camera rinascimentale: al centro si trova un grande letto da pompa in noce di manifattura romana con stemma Farnese, affiancato da un inginocchiatoio per la preghiera privata, un leggio, un tabernacolo con crocifisso e una cassettiera in radica di noce. Alle pareti figurano opere di grande pregio come Il Bagno di Dosso Dossi e la Giovane donna con unicorno di Luca Longhi, nella quale molti riconoscono i tratti di Giulia Farnese, la celebre “Giulia la Bella”, sorella di Paolo III. La Sala del Perseo, probabile studiolo privato di Paolo III, è invece dedicata alla dimensione dello studio e della rappresentazione del potere. Una copia del ritratto di Pierluigi Farnese campeggia al centro sopra una
Vanessa Noel – Dream Shoes

Dal 5 giugno al 6 settembre 2026 la Casa Museo Boncompagni Ludovisi diretta da Maria Giuseppina Di Monte (Commissario della mostra) ospita la mostra Vanessa Noel – Dream Shoes. La mostra, a cura di Vanessa Noel, Luca Lo Sicco e Giulia Innocentini, è realizzata in collaborazione con il Noel Shoe Museum di New York e The American University of Rome ed è patrocinata dall’Università degli Studi di Palermo, dal Dipartimento di Fisica e Chimica, dalla Camera Nazionale della Moda Italiana e dal Consorzio Interuniversitario per lo sviluppo dei Sistemi a Grande Interfase. L’esposizione propone una riflessione ampia e suggestiva sulla scarpa intesa non solo come accessorio di moda, ma come autentico oggetto culturale, capace di attraversare epoche, geografie e linguaggi, incarnando identità e visioni creative. La mostra si configura come un racconto stratificato in cui arte, artigianato e memoria prendono corpo negli spazi della Casa Museo Boncompagni Ludovisi intrecciando un dialogo muto e intimo con gli oggetti della collezione valorizzandone aspetti e dettagli. Il percorso espositivo mette in relazione una selezione delle creazioni più emblematiche della designer americana, espressione di oltre quarant’anni di carriera, con una serie di calzature storiche provenienti dalla collezione del Noel Shoe Museum, istituzione fondata dalla stessa Noel con l’intento di preservare, studiare e diffondere la cultura della calzatura nei suoi molteplici aspetti storici, artistici e socio-culturali. Ne emerge una narrazione in cui la scarpa si rivela, di volta in volta, simbolo di autorità e rappresentazione del potere, strumento di emancipazione e libertà, testimonianza di innovazioni tecniche e al contempo oggetto carico di valori estetici, artistici e simbolici. In questo dialogo tra passato e contemporaneità, tra documento storico e creazione artistica, la mostra invita il visitatore a interrogarsi sul significato profondo di un elemento apparentemente quotidiano, che nel corso dei secoli ha contribuito a definire ruoli sociali, appartenenze e immaginari collettivi. “Dimmi quali scarpe indossi e ti dirò chi sei” diventa così non solo una suggestione evocativa, ma una chiave di lettura attraverso cui comprendere la relazione tra individuo e rappresentazione di sé. Dream Shoes vuole valorizzare il design della calzatura focalizzando l’attenzione sul Made in Italy e riconoscendo alla calzatura non solo i suoi aspetti storici e socio-culturali ma un vero statuto di forma d’arte. La mostra si rivolge a un pubblico ampio e trasversale, con particolare attenzione alle nuove generazioni, proponendo un’esperienza capace di coniugare conoscenza e coinvolgimento, tradizione e contemporaneità. Con questa iniziativa, la Casa Museo Boncompagni Ludovisi rinnova la propria vocazione a essere luogo di ricerca e valorizzazione dei linguaggi della moda e delle arti applicate, offrendo uno spazio di confronto in cui la dimensione estetica si intreccia con quella storica e culturale. Inaugurazione: 5 giugno ore 11.00-19.30 Comunicato stampa
CAMBELLOTTI. TUTTO DIVENTA FORMA

Dal 20 maggio 2026 riaprono al pubblico a Castel Sant’Angelo le Sale Cambellotti – la Sala delle Colonne, la Sala dei Reparti d’Assalto e la Sala della Cavalleria – decorate da Duilio Cambellotti tra il 1925 e il 1926 per accogliere le bandiere dei reggimenti disciolti al termine della Prima Guerra Mondiale. La riapertura di questi ambienti, di straordinaria valenza storico-artistica, coincide con un doppio anniversario: il 150° dalla nascita dell’artista (1876–1960) e il centenario della decorazione. La mostra Cambellotti. Tutto diventa forma. Tessili e decorazione tra visione e materia, a cura di Luca Mercuri, direttore dell’Istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma, con la collaborazione scientifica dell’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti e sotto il coordinamento di Chiara Capulli, propone una nuova lettura del percorso formativo dell’artista. L’esposizione mette in dialogo le volte dipinte con una selezione di opere provenienti dall’Archivio – sculture, tempere, disegni, manifesti – affiancate dai tessili appartenuti all’artista, donati a Castel Sant’Angelo da Francesco Tetro ed esposti al pubblico dopo il loro restauro. «La riapertura delle Sale Cambellotti rappresenta una nuova tappa nel percorso di progressiva restituzione al pubblico di spazi storici di Castel Sant’Angelo, dopo l’apertura dell’Appartamento del Castellano e del Passetto di Borgo» – dichiara Luca Mercuri, direttore del Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei nazionali della città di Roma. «Questo progetto si inserisce inoltre nel lavoro avviato con la mostra Castel Sant’Angelo 1911–1925. L’Alba di un Museo, dedicata alla stagione delle grandi esposizioni retrospettive che contribuirono alla nascita del Museo nazionale di Castel Sant’Angelo, nell’ambito delle celebrazioni del cinquantenario dell’Unità d’Italia, il cui manifesto era proprio opera di Duilio Cambellotti. Oggi torniamo sull’artista con un progetto volutamente raccolto e costruito in dialogo diretto con le sale da lui decorate, più vicino a un racconto di formazione e di immagini che a una tradizionale mostra monografica. Le stoffe donate da Francesco Tetro, esposte al pubblico dopo un accurato intervento di restauro, permettono inoltre di entrare nel laboratorio visivo di Cambellotti e di leggere la sua formazione attraverso materiali, suggestioni e geografie che hanno alimentato il suo immaginario decorativo». «Questa mostra dimostra quanto il dialogo tra istituzioni culturali e la collaborazione tra pubblico e privato possano generare progetti capaci di ampliare concretamente la conoscenza e la fruizione del patrimonio» – dichiara Massimo Osanna, Direttore generale Musei. «La donazione dei tessili appartenuti a Cambellotti consente infatti di arricchire il racconto delle sale in modo coerente con il luogo che le ospita, restituendo al pubblico non soltanto ambienti straordinari, ma anche il processo creativo che li ha generati. Allo stesso tempo, il progetto conferma l’attenzione della Direzione generale Musei verso forme di accessibilità sempre più ampie e diversificate, con particolare attenzione all’accessibilità cognitiva e sensoriale, capaci di favorire la partecipazione e l’esperienza del patrimonio culturale anche all’interno di contesti monumentali storici particolarmente complessi». «La riapertura delle Sale Cambellotti a Castel Sant’Angelo consente di accedere nuovamente ai cicli decorativi realizzati dall’artista. Questa mostra permette di cogliere la continuità tra la dimensione monumentale delle sale e la ricerca più intima e quotidiana che emerge nei disegni, nei progetti e nelle sculture conservati dall’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti. Accanto alle opere, trovano spazio anche gli elementi che hanno alimentato il suo immaginario, come stoffe e ceramiche da lui collezionate, attraverso cui Cambellotti ha costruito un linguaggio unico e riconoscibile, capace ancora oggi di parlare al presente», sottolinea il Comitato scientifico dell’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti. UN AUTODIDATTA TRA EPOCHE E GEOGRAFIE Nel 1940 Duilio Cambellotti si definì con sobrietà “un autodidatta”. Figura centrale delle arti decorative in Italia, costruì il proprio linguaggio per assorbimento continuo: dalle ceramiche raccolte a Costantinopoli ai ricami di sete cinesi, fino ai motivi geometrici della moda parigina degli anni Venti. Senza aderire a scuole, attraversò epoche e geografie diverse, traducendo storia e natura in un repertorio di forme essenziali – l’albero, lo scudo, il cavallo – che ricorrono in tutta la sua produzione. Nelle sale di Castel Sant’Angelo questa visione trova la propria sintesi: fronde e cavalli, panoplie e vessilli, drappi e bandiere appartengono al medesimo ordine. Non c’è gerarchia tra natura e guerra: tutto diventa ornamento. I TESSILI, PER LA PRIMA VOLTA ESPOSTI Nella Sala delle Colonne, sotto la corona d’alloro dipinta a trompe-l’œil, i due piani della mostra si incontrano senza sovrapporsi: le opere dell’Archivio dell’Opera di Duilio Cambellotti dialogano con la decorazione della volta, mentre i tessili, tra cui le stoffe anatoliche acquistate a Costantinopoli nel 1898, testimoniano la ricerca silenziosa da cui quel linguaggio è nato. Sono le tracce di un apprendimento condotto fuori dalle accademie, di un autodidatta che guarda il mondo e lo restituisce trasformato. PAESAGGI SONORI Il percorso espositivo è accompagnato da due composizioni sonore concepite come paesaggi immersivi articolati su piani distinti. Il primo nasce dalla fusione di una texture elettroacustica – ottenuta dal suono del violoncello eseguito in sautillé, con arco leggero e balzato – e di elementi elettronici astratti e armonici. Il secondo è costruito a partire da suoni naturali: bandiere mosse dal vento, cavalli al galoppo, nitriti e sbuffi, trasformati attraverso un riverbero spaziale che restituisce una percezione lontana e immersiva, proveniente da un ambiente ampio e sospeso nel tempo. ACCESSIBILITÀ Tenendo conto delle caratteristiche architettoniche del monumento, che rendono alcuni ambienti di Castel Sant’Angelo non agevolmente accessibili alle persone con difficoltà motoria, l’esposizione sarà visitabile anche attraverso un virtual tour immersivo consultabile sui propri dispositivi. L’attenzione all’accessibilità costituisce inoltre un elemento centrale del progetto espositivo. In collaborazione con Handy Systems Onlus, al percorso visivo della mostra si affiancano i paesaggi sonori, la riproduzione tridimensionale di alcuni elementi decorativi delle sale e la traslitterazione in Braille dei contenuti, con l’obiettivo di restituire al visitatore anche un’esperienza tattile e sonora dell’esposizione. UNA FORMAZIONE, UN’IDENTITÀ La mostra propone Cambellotti come figura esemplare di un’Italia che costruisce la propria identità visiva attraverso l’incontro con l’altro, la pratica delle arti applicate e la tensione costante tra forma e significato. È inserita nel cartellone delle iniziative per la Giornata Nazionale del
Omaggio a Emilio Pucci

Giornata nazionale del Made in Italy 15 aprile – 10 maggio 2026 Omaggio a Emilio Pucci a cura di Maria Ciccarella e Francesca Quarantini In occasione della Giornata nazionale del Made in Italy, la Casa Museo Boncompagni Ludovisi diretta da Maria Giuseppina Di Monte e afferente all’istituto Pantheon e Castel Sant’Angelo – Direzione Musei Nazionali della Città di Roma guidata da Luca Mercuri, espone gli abiti di Emilio Pucci, donati dalla giornalista e scrittrice Nicoletta Pietravalle nel 2013 al Museo Boncompagni Ludovisi. La Giornata Nazionale del Made in Italy, istituita nel 2023 e celebrata il 15 aprile, nasce per valorizzare le eccellenze produttive italiane, simbolo di creatività, qualità e innovazione. Le origini della moda italiana contemporanea risalgono al 1951, quando Giovanni Battista Giorgini organizzò a Firenze, nella sua residenza di Villa Torrigiani, la prima sfilata di alta moda italiana. L’evento, che vide protagoniste le migliori sartorie del tempo, ottenne un successo internazionale e grazie alla visione di Giorgini, l’Italia si affermò come alternativa autorevole alla tradizione francese. Tra gli atelier di moda che parteciparono alla sfilata del 1951 e alle successive che si tennero nella Sala Bianca di Palazzo Pitti a Firenze, emerge il nome di Emilio Pucci, pioniere di un nuovo linguaggio estetico e primo stilista a trasformare la propria firma in un elemento distintivo del marchio. Nato a Napoli nel 1914 da famiglia nobile fiorentina, Pucci intraprese la carriera nella moda negli anni Quaranta, dopo esperienze come atleta olimpico e aviatore durante la Seconda Guerra Mondiale. Le sue creazioni si distinguono per l’uso di colori vivaci e motivi grafici ispirati al Mediterraneo: forme astratte, onde e figure stilizzate che esaltano una femminilità moderna, dinamica e libera. Innovatore anche sul piano tecnico, fu tra i primi a sperimentare i tessuti stretch, introducendo capi leggeri e confortevoli in contrasto con la rigidità della moda degli anni Cinquanta. Nel corso della sua carriera, Pucci ampliò la propria produzione includendo accessori e oggetti di design, contribuendo alla diffusione di uno stile di vita contemporaneo e accessibile. Significative le sue collaborazioni con la NASA per la missione Apollo 15 e la realizzazione di uniformi per il settore dell’aviazione civile. Dopo la sua scomparsa, nel 1992, la maison è passata sotto la guida della figlia Laudomia Pucci, che ne preserva e rinnova l’eredità. Comunicato stampa
Roberto Ferri. La forza del corpo

Dal 27 aprile al 19 luglio 2026 la Casa Museo Hendrik Christian Andersen presenta la mostra Roberto Ferri. La forza del corpo, curata da Diletta Branchini. Il progetto espositivo intende tematizzare la questione della rappresentazione visiva del corpo, nei suoi aspetti figurativi, estetici, etici e ideologici, attraverso il confronto tra le opere di Hendrik Christian Andersen, programmaticamente ispirate a un ideale eroico e canonico che voleva farsi normativamente moderno, e i dipinti dell’artista Roberto Ferri (Taranto, 1978), che torna a misurarsi con il problema oggi più che mai attuale e controverso della corporeità, lacerata tra la sopravvivenza di un modello ideale e i segni, o i sogni, inquietanti di una metamorfosi che la minaccia e ne prospetta una dimensione ambigua e spesso oscura. In un’epoca in cui il dibattito sul problema del nostro aspetto corporeo torna ad accendersi cocente, tra istanze diverse e opposte, dalle esaltazioni consumistiche alle censure e i rischi del body shaming, la mostra aspira a sollevare interrogativi che muovono da prospettive complementari, tanto più se possiamo ancora dar credito a Merleau-Ponty, per il quale “il corpo non può essere paragonato all’oggetto fisico, ma piuttosto all’opera d’arte”. Cosa è allora lecito rappresentare del corpo e, soprattutto, quali corpi sono oggi rappresentabili? In quali forme? In quali contesti? E per converso, in che termini il tema del corpo e della nudità ci consente di mettere allo scoperto alcune questioni – anche quelle più imbarazzanti – che toccano da vicino il ruolo della cultura e delle arti visive contemporanee? Il “corpo a corpo” tra le opere di Hendrik Andersen, animate da un’utopia apparentemente anacronica, e la pittura lucidamente visionaria e tempestivamente provocatoria di Roberto Ferri può dunque profilarsi come un’opportunità per fornire a quella riflessione sul destino odierno della rappresentazione della nostra corporeità un’inedita occasione critica, tutt’altro che semplicemente accademica. Il progetto di mostra prevede l’esposizione di un nucleo di opere pittoriche di Roberto Ferri, realizzate nel corso degli ultimi dieci anni, nel salone del piano terreno e nel salone centrale del secondo piano, oltre a una selezione di disegni e studi preparatori dello stesso artista. Si ringrazia Liquid Art System. Inaugurazione 27 aprile dalle ore 17.30 alle ore 19.30 Comunicato stampa